Il rischio rapina

Il D.Lgs. 81/08 non esplicita all’interno dei suoi titoli il rischio rapina ma diverse sentenze confermano che è un rischio per la salute e la sicurezza dei dipendenti che deve essere valutato e per cui devono essere stabilite e messe in atto le conseguenti misure di prevenzione e protezione.

La possibile aggressione da parte di terzi all’interno dell’attività lavorativa deve essere valutata e gestita dal datore di lavoro in un’ottica di preservare l’integrità psicofisica del lavoratore così come definito dalla normativa.

Per poter intraprendere un’efficace gestione del rischio rapina, il datore di lavoro deve innanzitutto essere consapevole che la propria attività lavorativa può comportare l’esposizione a tale rischio, soprattutto in attività che commercializza oggetti preziosi e/o appetibili o attività che prevedono la detenzione di denaro in contante.

Oltre a banche ed istituti postali, le varie attività commerciali al dettaglio sono sicuramente le realtà maggiormente esposte.

Il datore di lavoro può gestire il rischio rapina, agendo sia sugli aspetti tecnici che su quelli organizzativi, tentando, per prima cosa, di rendere la propria attività poco interessante a possibili rapinatori.

Prime soluzioni applicabili:

  • Aumentare il livello di difficoltà della rapina: controllo degli accessi, difficoltà di fuga, visibilità dall’esterno, sistemi di videosorveglianza, presenza di guardie giurate
  • Ridurre il valore del bottino ottenibile: detenzione di base quantità di contante o merce, applicazione di sistemi che rendano il bottino inutilizzabile/difficilmente piazzabile

Oltre agli aspetti tecnici è importante concentrarsi anche sui risvolti psicologici e sugli interventi organizzativi e formativi utili alla prevenzione e alla gestione delle conseguenze psicofisiche a carico dei lavoratori esposti a rapina. Seppure ben individuato e valutato, il rischio rapina mantiene infatti un livello di imprevedibilità molto elevato, andando così a toccare la sensibilità delle persone e a scatenare reazioni emotive difficili da gestire e da superare, sia prima sia dopo l’evento.

Altre misure principali da mettere in atto sono la formazione e l’addestramento dei lavoratori, al fine di renderli consapevoli del possibile evento rapina.

L’addestramento deve fornire indicazioni pratiche sull’adozione di comportamenti quotidiani che contribuiscano alla riduzione del rischio.

La formazione deve fornire gli strumenti psicofisici del convivere con il rischio di subire una rapina spronando i singoli a migliorare la propria conoscenza di sé stessi e delle proprie possibili reazioni in caso di rapina.

È chiaro che la variabile emotiva dei singoli e l’imprevedibilità dell’evento non offrano una base stabile su cui pianificare un metodo di prevenzione, ma tramite la formazione e l’addestramento possono essere individuati alcuni comportamenti collettivi da attivare in fase di emergenza, in modo da trasformare i singoli lavoratori in un gruppo funzionante, che opera come un sistema in grado di auto proteggersi, con l’obiettivo di evitare in ogni modo di innescare un’escalation di violenza da parte del rapinatore.

Un altro punto focale su cui la formazione dovrebbe poi concertarsi è la gestione del trauma post rapina.

Le conseguenze degli episodi di violenza possono incidere sul benessere psicofisico dei lavoratori  ma anche sulla struttura organizzativa:

  • lesioni fisiche, fino alla morte,
  • disturbi psicofisici da stress di carattere post-traumatico,
  • assenze per malattia,
  • scarso rendimento sul lavoro,
  • disservizi organizzativi,
  • peggioramento del “clima” aziendale

Ai lavoratori dovrebbero essere dati gli strumenti per attuare le procedure per la gestione delle conseguenze immediate e permettere loro di comprendere quali stati d’animo negativi siano una risposta fisiologica all’evento e capire come promuovere atteggiamenti resilienti che aiutino a migliorare il “benessere” personale e a superare l’evento senza conseguenze residue/permanenti.

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